Fuori i Rossi da Hollywood

Vi propongo un viaggio indietro nel tempo, in un passato mai tanto attuale. Un viaggio nell'America maccartista del 1947, nella quale una delle professioni di grido era il venditore porta a porta di rifugi antiatomici. Gli Stati Uniti della guerra fredda, raccontati attraverso i verbali inediti per l'Italia delle udienze tenute dalla Commissione per le attività antiamericane a Hollywood, davanti a cui sfilarono - tra gli altri - nomi come Walt Disney, Ronald Reagan, Gary Cooper, Bertolt Brecht e Edward Dmytrik.

Dalla prefazione di Oliviero Diliberto :

Zero Mostel danza da solo in una stanza d'albergo. Sorride. Ha una coppa di champagne in mano. Brinda verso un interlocutore inesistente. Sale sul davanzale della finestra. Si butta nel vuoto. È un ricordo vivissimo. The Front (in Italia, Il prestanome) di Martin Ritt: storia di maccartismo e dell'impossibilità di lavorare nel cinema e nello spettacolo per chi era di sinistra o, semplicemente, per quanti si opponevano alla caccia alle streghe, credevano nella libertà di espressione, nella democrazia. Ci fu chi affrontò il carcere, chi rimase disoccupato, chi - come Mostel nel film di Ritt - si uccise. (...)

Torniamo a Zero Mostel e alla struggente scena finale del film, nella quale Woody Allen si rifiuta di fornire alla Commissione sulle attività antiamericane anche il solo nome di un morto. Diventa un eroe, lui che era, appunto, solo un prestanome. L'America si interrogava su se stessa, come tre anni prima aveva fatto Sindney Pollack (Come eravamo). Il cinema indagava sul cinema, sulla vigliaccheria e sul coraggio. Ferite ancora aperte, se si pensa alle recentissime polemiche sull'Oscar alla carriera attribuito a Elia Kazan, accusatore di amici e colleghi - come tanti altri - per farla franca. Sono, in fondo, i momenti nei quali ciascuno di noi si confronta con se stesso, prima ancora che con gli altri. Uno il coraggio, direbbe Manzoni, non se lo può dare. Ma la dignità, sì.

Il maccartismo - come spiega benissimo questo libro intelligente, colto e raffinato, ricco di materiali inediti - nasce nel quadro del mondo diviso in due, nasce dal blocco di Berlino (1948), dall'incubo dell'atomica sganciata pochi anni prima su Hiroshima e Nagasaki ed appena sperimentata per la prima volta in Urss (1949), dalla paura del comunismo che vince in Cina (sempre nel 1949), dall'inizio della guerra di Corea (1950).

Il cinema ha raccontato il VietNam, vero incubo collettivo della nazione, nei modi più disparati. Ma il cinema americano è riuscito anche a dissacrare se stesso, e penso proprio allo stesso cinema sul VietNam, grazie alla parodia intelligente e asperrima di Tarantino (Pulp fiction). (...) È lo stesso cinema che sta affrontando - è storia di oggi - il tema del pericolo terrorista, della paura per gli islamici. È il cinema dell'epoca delle prigioni di Guantanamo e delle torture di Abu Graib, ossessionato, in un senso o nell'altro, dall'11 settembre. I "cattivi" cambiano. Di volta in volta, sono stati gli indiani, i messicani (Alamo insegna), gli stessi cocciuti cowboy che non si arrendono all'arrivo della legge nel vecchio West (lo struggente L'uomo che uccise Liberty Valance), poi i giapponesi, i tedeschi, i sovietici con i loro alleati: coreani, vietnamiti, spesso implicitamente rappresentati dagli extraterrestri, di cui si teme sempre l'invasione. Ora, gli islamici.

Oggi, siamo ripiombati nell'incubo. La guerra è tornata a dominare la scena. Anzi, la guerra ha sostituito la politica estera, la diplomazia. E la prima vittima della guerra, come affermava uno che di guerra se ne intendeva, è la verità. Tornano paure collettive, razionali o irrazionali, caccia alle streghe, proclami infuocati, anatemi. Vi è sempre in agguato, in definitiva, un senatore Joseph McCarthy. Sta a noi, come alla coscienza libera dell'America, vigilare affinché la storia, diabolicamente perseverando nell'errore, non si ripeta. Mai più.

Oliviero Diliberto



Presentazioni

Questo saggio è stato presentato con una lectio magistralis sul maccartismo a Chioggia (Museo civico), Trento (Università degli Studi), Roma (Festa di Liberazione).

Recensioni

"Il poderoso studio di Gastaldi è ricco di definizioni, fatti, atti ufficiali, dati, date, verbali di udienze, interrogatori, deposizioni e, soprattutto, testimonianze dei divi processati... è però anche la narrazione appassionata di una caccia alle streghe... Gastaldi racconta con disarmante chiarezza, con encomiabile equilibrio, un capitolo di storia d'America, di storia del cinema, di storia della politica mondiale, fino ad ora singolarmente trascurato... Pregio di questa lunga descrizione dello show di Hollywood alla sbarra è il taglio tutto americano prescelto dall'autore".
(Alessandra Iadicicco, Il Giornale, 21 settembre 2004).
"Il maccartismo, periodo da ristudiare bene nell'epoca della caccia alle streghe islamiche. [...] Fuori i rossi da Hollywood  è uno dei rari saggi italiani sull'argomento. [...] Le analogie con l'America di Bush junior, purtroppo, sono tante ed evidenti, tanto che Gastaldi parla del post-11 settembre come di neo-maccartismo, in cui alla red scare si è sostituita la islam-scare".
(Emilio Ranzato, Alias de Il Manifesto, 7 ottobre 2006).
"Questo libro è il più esauriente saggio pubblicato da uno studioso italiano sul fenomeno della caccia ai comunisti nel mondo del cinema americano".
(Giuliano di Tanna, Il Centro, 5 ottobre 2004).
''Argomento poco indagato in Italia, il fenomeno del maccartismo nel cinema americano è ora al centro di questo penetrante e documentato studio di Sciltian Gastaldi, basato sui verbali - in gran parte inediti per l'Italia - delle udienze tenute dalla Commissione per le attività antiamericane''.
(Francesco Troiano, Tuttolibri de La Stampa, 23 ottobre 2004).
"Importante, circostanziata, ampia e doviziosa disamina sui fatti e più spesso sui misfatti dei maccartisti".
(Massimo Lastrucci, Ciak, novembre 2004).
"Uno dei migliori libri italiani sul maccartismo.
(La Repubblica, 26 novembre 2004, pag.40).
"I verbali delle udienze a cui la Commissione per le attività antiamericane sottopose personaggi come Gary Cooper, Ronald Reagan e Walt Disney negli anni Quaranta costituiscono il piatto forte del volume".
(Paola Piacenza, Io Donna - Il femminile del Corriere della Sera, 4/12/2004).
"Gastaldi si sofferma, nelle ultime pagine, su fatti più recenti, quelli del dopo 11 settembre, 2001. E si chiede se oggi esista una sorta di 'neo maccartismo', diretto non più verso i comunisti ma i musulmani. Ci sono segnali inquientanti in questa direzione".
(Roberto Carnero, L'Unità, 3 gennaio 2005).
"Libro ricco di documenti e di testimonianze, di informazioni e di dati, quindi di fatto utilissimo per ricostruire un'epoca per molti versi lontana".
(Marco Respinti - L'Indipendente, 28 aprile 2005)
"Leggere il saggio di Sciltian Gastaldi [...] risulta essere un benefico bagno nelle dinamiche politiche più attuali e non soltanto, come prometterebbe il tema del libro, una occasione di dettagliata indagine storiografica su fatti del passato. Gastaldi infatti nel volume in questione intende ricostruire l'influenza e le dirette conseguenze del maccartismo sulla cinematografia americana. Ecco perché, a nostro avviso, la parte più importante di questo saggio è costituita dal capitolo finale in cui [...] ci si interroga di quanto questa fase storica non sia stata invece un sintomo di una volontà politica più ampia e per questo ripetibile allorquando se ne senta il bisogno..."
(Antonello Cresti - MegaChip, 27 ottobre 2013)

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